EDUCAZIONE ALIMENTARE E PROCESSI COGNITIVI 

La conoscenza dello sviluppo dei processi cognitivi è fondamentale per chiunque si accinga ad intraprendere un’attività di educazione o di insegnamento. Non è nostra competenza addentrarci nella spiegazione dello sviluppo del pensiero cognitivo in base all’età, ma vale la pena spendere due parole su come le attuali conoscenze in merito possano essere applicate all’insegnamento dell’educazione alimentare.
Come tutti ben sappiamo la capacità di ragionare ed imparare si evolve con l’età, per questo la bravura di un insegnante sta nel conoscere la dinamica di questa evoluzione e quindi nel saper spiegare i concetti nel modo in cui gli alunni percepiscono la realtà, che varia appunto in base all’età.
Alla scuola dell’infanzia, quindi circa fino a 6 anni, i bambini imparano attraverso l’azione e l’esperienza diretta, ma sono privi del concetto di reversibilità (una capacità cognitiva che permette di concepire, ad esempio, che 20 oggetti possono essere raggruppati in 4 sottoinsiemi da 5 oggetti l’uno, senza però che il numero totale di oggetti cambi). Tutte le attività di educazione alimentare destinate alla scuola dell’infanzia devono quindi essere impostate con giochi, immagini ed esperienze dirette, che permettano al bambino di imparare concetti semplici e basilari attraverso il proprio corpo (ad esempio imparare a distinguere i sapori tramite gli assaggi).
Durante la scuola primaria il bambino acquisisce la capacità di immagazzinare le informazioni riguardanti il mondo esterno e di utilizzarle, in diverse combinazioni, per risolvere dei problemi. Nei primi anni della scuola primaria resta importante l’apprendimento tramite giochi ed esperienze dirette, mentre nell’ultimo biennio si può cominciare ad introdurre concetti un po’ più complessi e “astratti” (cioè non verificabili con esperienze dirette), come ad esempio il meccanismo della digestione.
È dai 14 anni in poi, quindi dalla scuola secondaria di primo grado, che lo sviluppo cognitivo porta progressivamente ad una forma mentis basata su ragionamenti logici, anziché sull’apprendimento tramite la sola esperienza diretta. I ragazzi di quest’età sono inoltre in grado di comprendere le connessioni interdisciplinari fra le varie materie e di procedere a ragionamenti più complessi. Da questo momento in poi è quindi possibile trattare l’educazione alimentare a tutto campo, compatibilmente con il retroterra culturale acquisito dai ragazzi.
La scuola secondaria di secondo grado rappresenta l’ultimo stadio in cui si può agire con l’educazione alimentare scolastica, ed è quindi importantissimo non escludere tale disciplina dalle attività formative dandola per scontata o già appresa. A quest’età i soggetti sono perfettamente in grado di comprendere qualsiasi tipo di concetto, di operare un giudizio personale e di percepire l’incidenza che i propri comportamenti alimentari possono avere sullo stato di salute presente e futuro. Un particolare aspetto legato a quest’età è quello dei disturbi del comportamento alimentare, contro i quali l’educazione alimentare può rappresentare un ottimo strumento preventivo.
L’università pone diversi problemi per quanto riguarda l’educazione alimentare, in quanto non la si può più concepire come una disciplina inclusa, anche solo occasionalmente, nell’orario curricolare. All’università gli studenti sono liberi di frequentare o meno i corsi previsti dal piano di studi (tranne in alcuni casi), quindi è poco probabile che seguano corsi opzionali dedicati all’educazione alimentare, a meno che questi non abbiano un peso sul bilancio dei crediti formativi utili alla laurea. Includere l’educazione alimentare nei corsi universitari è quindi difficile per diversi motivi organizzativi. È però possibile prevedere delle iniziative di diverso genere (come quelle si organizzano per tutta la popolazione: dibattiti, conferenze, giornate a tema ecc), oppure istituire corsi opzionali di educazione alimentare (con specifico riferimento al corso di studio) che siano validi ai fini dell’acquisizione di crediti formativi.


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